05 La scuola inglese delle relazioni oggettuali

Per capire i concetti proposti dai maggiori esponenti della Scuola Inglese delle Relazioni Oggettuali conviene andare a riprendere alcuni concetti teorici presenti nella teoria classica di Freud e dalla teoria proposta da Melanie Klein perché, attraverso la comprensione delle differenze e delle similitudini tra questi 2 modelli teorici, possiamo meglio intendere in che modo gli esponenti della Scuola Inglese delle Relazioni Oggettuali hanno determinato un cambiamento radicale nella concezione del funzionamento psichico umano da Freud ad oggi

Il bambino secondo Freud, Klein e secondo la scuola delle relazioni oggettuali

Usando la metafora proposta dallo psicoanalista Stephen Mitchell, secondo Freud l’essere umano nasce come una “bestia”: la sua natura animale lo spinge alla gratificazione egoistica di bisogni elementari, che risulta intrinsecamente in conflitto con la vita sociale. Il compito dello sviluppo evolutivo è trasformare il bambino — guidato da impulsi primitivi — in un adulto dotato di un apparato psichico complesso, capace di regolare i propri impulsi. Il compito dell’infanzia è, in sintesi, la socializzazione: nasciamo simili agli animali, ma attraverso lo sviluppo diventiamo esseri umani capaci di vivere con gli altri.

Klein inizia la sua attività clinica con l’obiettivo di applicare la psicoanalisi classica ai bambini, ma attraverso l’esperienza clinica giunge a una visione del bambino profondamente diversa da quella freudiana.

Per Freud, il bambino nasce privo di oggetti pulsionali: è solo attraverso l’esperienza che, in modo accidentale, trova nella realtà gli oggetti utili alla scarica della pulsione, intesa come tensione corporea di natura biologica. Per Klein invece gli oggetti pulsionali sono innati — il bambino sa già verso chi e che cosa orientare la propria pulsione — e la pulsione stessa non è una forza biologica ma una forza psicologica e affettiva, legata alla capacità di amare e di odiare.

Il bambino nasce con un’organizzazione dell’esperienza di tipo schizoparanoide (modalità primitiva in cui il bambino separa rigidamente il “buono” dal “cattivo”) e con tratti che si avvicinano a quelli psicotici. Il compito dello sviluppo è il passaggio verso modalità di organizzazione dell’esperienza più mature e integrate. Le cure genitoriali possono favorire questo percorso, aiutando il bambino a contenere la propria aggressività, ma il fattore determinante rimane innato: quanto riusciremo a diventare “sani” dipende principalmente dall’equilibrio tra pulsione di vita (capacità di amare) e pulsione di morte (capacità di odiare) con cui nasciamo.

In questa prospettiva, il conflitto e l’angoscia sono componenti normali e inevitabili dell’esistenza umana, indipendenti dalla qualità dell’ambiente. La psicopatologia si sviluppa nei casi in cui la pulsione di morte è particolarmente intensa, ma il lavoro di contenimento dell’aggressività riguarda tutti gli esseri umani.

La Scuola Inglese delle Relazioni Oggettuali nasce come posizione teorica intermedia tra Freud e Klein.

Come Klein, anche questi autori sostengono che il bambino nasca programmato per la relazione con gli altri: gli oggetti pulsionali — in particolare le figure genitoriali — non vengono trovati per caso, ma sono innati. A differenza di Klein, però, i principali esponenti di questa scuola non collocano il conflitto e l’aggressività al centro dello sviluppo. Il bambino nasce con una spinta naturale verso uno sviluppo armonioso; è l’ambiente — in particolare le cure genitoriali — a determinare se questo sviluppo sarà sereno o traumatico. Con genitori sufficientemente amorevoli, il bambino crescerà in modo equilibrato; in un ambiente carente o inadeguato, lo sviluppo sarà doloroso e problematico.

WILLIAM RONALD DODDS FAIRBAIRN

Fairbairn (1889–1964) è il primo esponente della Scuola Inglese delle Relazioni Oggettuali e il primo autore a criticare apertamente la teoria pulsionale di Freud.

Il suo punto di partenza sono i comportamenti di coazione a ripetere (la tendenza inconscia a riprodurre esperienze dolorose), che avevano messo in difficoltà lo stesso Freud — il quale li aveva spiegati ricorrendo alla pulsione di morte. Fairbairn propone invece una spiegazione diversa: la motivazione fondamentale della vita non è la ricerca del piacere, ma la ricerca delle relazioni. La libido è orientata all’oggetto, cioè fin dall’inizio è diretta verso l’altro, e le relazioni interpersonali non sono il mezzo per ottenere piacere, ma il fine in sé.

Questa prospettiva spiega naturalmente la coazione a ripetere: un bambino maltrattato che continua a cercare le cure dei genitori, o una persona che ripete relazioni dolorose, non lo fa perché cerca il dolore, ma perché ricerca la relazione, anche quando quella relazione è stata fonte di sofferenza.

La libido orientata all’oggetto

Fin dalla nascita, il bambino è orientato verso l’esterno: tutto il suo comportamento è diretto alla ricerca e al mantenimento del contatto con gli altri, in particolare verso relazioni gratificanti. Questo porta Fairbairn a contestare il concetto freudiano di narcisismo primario (fase iniziale in cui la libido sarebbe rivolta esclusivamente verso se stessi). Per Fairbairn, questa fase non esiste: la libido è sempre oggettuale, cioè sempre diretta verso l’altro, fin dal primo momento di vita.

Cure genitoriali

Per la Scuola Inglese delle Relazioni Oggettuali, le cure genitoriali ricevute nella prima infanzia hanno un ruolo centrale nello sviluppo psichico e nella salute mentale. Questo è un punto di netta differenza rispetto a Melanie Klein, per cui la salute mentale dipende principalmente da fattori innati (l’equilibrio tra pulsione di vita e pulsione di morte). Per la Scuola Inglese, invece, ciò che determina salute o psicopatologia è la qualità delle cure ricevute:

  • Cure adeguate: il bambino riesce a orientarsi verso le persone reali, costruendo legami autentici e scambi significativi con l’esterno.
  • Cure inadeguate (genitori poco disponibili o responsivi): il bambino si allontana dalla realtà e forma degli oggetti interni, ovvero rappresentazioni fantasmatiche delle figure di cura, con cui mantiene un legame immaginario chiamato relazione oggettuale interiorizzata.

In sintesi: cure adeguate favoriscono lo sviluppo di relazioni reali; cure inadeguate portano a una vita interiore dominata da oggetti interni, che interferisce con la capacità di socializzare in modo autentico.

Cosa si intende per oggetto interno?

Il concetto di oggetto interno cambia significativamente a seconda dell’autore.

Per Klein, gli oggetti interni sono innati: la pulsione stessa è già legata a un oggetto specifico (ad esempio il seno materno), quindi nasciamo già con oggetti interni precostituiti.

Per Freud, l’oggetto interno principale è il Super-Io (la parte della psiche che interiorizza le norme, i valori e i divieti trasmessi dalle figure genitoriali), che si forma con la risoluzione del complesso di Edipo. Il Super-Io funziona come una voce interna non del tutto assimilata — qualcosa che sentiamo come parte di noi ma anche come estranea, simile alla figura del Grillo Parlante in Pinocchio.

Per Fairbairn, gli oggetti interni non sono innati, ma si formano a partire da esperienze interpersonali negative, reali e ripetute, che il bambino non riesce a elaborare pienamente. Quando le cure genitoriali sono inadeguate, il bambino interiorizza quelle esperienze insoddisfacenti come oggetti interni, allontanandosi dalla realtà esterna. In un ambiente idealmente sempre gratificante, gli oggetti interni non si formerebbero affatto.

Questo approccio richiama, in parte, la prima teoria freudiana della seduzione (che attribuiva importanza causale ai traumi reali), ma con un’interpretazione diversa: ciò che conta non è tanto il trauma in sé, quanto il modo in cui le esperienze negative si depositano nella psiche del bambino sotto forma di oggetti interni.

Teoria degli oggetti interni a 2 fattori

La formazione degli oggetti interni dipende dalla presenza di due fattori:

  1. L’incapacità del bambino di assimilare le esperienze traumatiche, che vengono quindi interiorizzate come oggetti interni. Le esperienze positive, al contrario, vengono assimilate pienamente come ricordi e apprendimenti, diventando parte integrante della personalità. Gli oggetti interni invece restano come una presenza interna non del tutto assimilata — simile al Grillo Parlante di Pinocchio — percepita come parte di sé ma non completamente propria.
  2. La necessità del bambino di conservare una rappresentazione positiva del genitore, attribuendo a sé stesso la “cattiveria”. Questo meccanismo spiega perché tendiamo a mantenere legami di sofferenza: il bambino preferisce ritenersi cattivo piuttosto che vedere i limiti del genitore, perché questo gli lascia aperta la speranza di poter conquistare il suo amore.

La necessità di conservare un’immagine buona del genitore

Poiché la libido è diretta all’oggetto, il legame con il genitore è troppo importante per essere messo in discussione. Quando le cure genitoriali sono inadeguate, il bambino non attribuisce il rifiuto ai genitori, ma a sé stesso: si ritiene “cattivo”, e in questo modo conserva la speranza che, comportandosi meglio, potrà riconquistare il loro amore. Se invece percepisse che il rifiuto dipende dai genitori stessi, si troverebbe in una condizione di totale disperazione.

Questo meccanismo spiega la coazione a ripetere: il bambino — e poi l’adulto — continua a ricercare la relazione anche quando è fonte di dolore, perché la relazione stessa è il fine.

La vera minaccia, per Fairbairn, non è un mondo dominato dalle pulsioni (come in Freud), ma un mondo interno vuoto, privo di connessioni con gli oggetti. Mantenere l’immagine del genitore come “buono” è quindi una difesa contro la disperazione.

Oggetti interni e scissione dell’io

Per Fairbairn, alla nascita l’Io è già formato e integrato (in linea con Klein, in contrasto con Freud). Sono le esperienze interpersonali negative, reali e ripetitive a produrre oggetti interni e a frammentare l’Io attraverso un processo di scissione.

In base alla qualità delle esperienze, si formano tre configurazioni dell’Io:

  • Io centrale: si forma in presenza di esperienze gratificanti. È orientato verso l’esterno ed è capace di entrare in relazioni reali con gli altri, cogliendone le caratteristiche reali.
  • Io antilibidico: si forma a partire da esperienze di rifiuto, che portano all’interiorizzazione di un oggetto interno rifiutante. È orientato verso l’interno.
  • Io libidico: si forma a partire da promesse non mantenute, che producono un oggetto interno eccitante. Anch’esso è orientato verso l’interno.

L’Io antilibidico e l’Io libidico sono detti Io sussidiari: entrambi limitano la capacità dell’Io centrale di stabilire relazioni reali con l’esterno. Poiché nessun genitore è perfetto, la scissione dell’Io e la formazione di oggetti interni sono fenomeni universali; è il grado di scissione a determinare la salute o la patologia.

Una conseguenza importante di questo modello è la ripetitività dei modelli relazionali: ognuno tende a relazionarsi con gli altri secondo i modelli interiorizzati nelle prime esperienze significative, proiettando le proprie relazioni oggettuali interne sulle nuove situazioni. Più si è capaci di entrare in contatto con la realtà esterna, più si è sani; più si rimane ancorati alle relazioni oggettuali interne, più si è esposti alla psicopatologia.

La psicopatologia – una diversa interpretazione del trauma

La Scuola Inglese delle Relazioni Oggettuali richiama, come già detto, l’importanza del trauma reale (in modo simile alla prima teoria freudiana della seduzione), ma con una definizione di trauma completamente diversa.

Per Freud, il trauma è un evento singolo e puntuale — ad esempio un abuso o un’esperienza emotivamente sopraffacente — la cui carica emotiva non riesce a essere scaricata e rimane quindi rimossa e incapsulata nella psiche.

Per Fairbairn, il trauma è un fallimento sistematico e cronico da parte dei genitori nel soddisfare i bisogni psicologici del bambino. Non si tratta di un evento isolato, ma di un pattern ripetuto nel tempo. Il bambino viene traumatizzato dalla patologia caratteriale dei genitori — dalle loro difficoltà, ansie e limitazioni persistenti. Il termine chiave è “sistematico”: non è il singolo episodio a creare danno, ma l’incapacità continuativa di fornire un ambiente relazionale adeguato.

La psicopatologia: incapacità di relazione reale

La psicopatologia, in questa prospettiva, è l’incapacità di avere relazioni reali. Un ambiente frustrante e deprivante limita la capacità dell’Io centrale di costruire relazioni gratificanti con l’esterno. La salute mentale, al contrario, è la capacità di relazionarsi con gli altri per quello che realmente sono, e non come proiezioni di oggetti interni interiorizzati.

Donald Woods Winnicot (1896-1971)

Winnicott è uno dei principali esponenti della Scuola Inglese delle Relazioni Oggettuali. In linea con la scuola di appartenenza, sostiene che il bambino abbia bisogno non solo di cure pratiche (cibo, igiene), ma soprattutto di un ambiente relazionale affettuoso e adeguato per sviluppare una personalità sana. In sua assenza, lo sviluppo socio-emotivo risulta compromesso. Anche per Winnicott:

  • la libido è diretta verso l’oggetto,
  • le relazioni interpersonali sono fondamentali per la salute mentale.

Il vero e il falso sé

Questi sono i concetti centrali della teoria di Winnicott. Lo sviluppo sano ha come obiettivo la costruzione di un senso autentico di sé: un’identità vissuta come reale, con un significato personale e un senso di essere il centro creativo della propria esperienza. Winnicott chiama questa condizione Vero Sé.

Osservando i suoi pazienti, Winnicott notò che molti di loro non si sentivano persone reali — come se vivessero una vita non propria. Questa condizione, opposta al Vero Sé, è il Falso Sé, e costituisce la manifestazione fondamentale della psicopatologia secondo questo autore.

Lo sviluppo del Sé — in senso sano o patologico — dipende dalla qualità delle cure materne ricevute nella prima infanzia.

La madre sufficientemente buona (the good enough mother)

Winnicott introduce il concetto di madre sufficientemente buona (good enough mother): una madre che, grazie a uno stato psichico chiamato preoccupazione materna primaria, è in grado di “sospendere” temporaneamente la propria soggettività per sintonizzarsi completamente sui bisogni del bambino. Non si tratta di una madre perfetta, ma di una madre abbastanza sensibile da rispondere ai segnali spontanei del bambino. La sensibilità fisica — ad esempio nell’allattamento — è il prototipo di questa sintonizzazione più generale.

L’ambiente di holding e l’omnipotenza soggettiva

Grazie alla preoccupazione materna primaria, la madre crea attorno al bambino un ambiente di holding (contenimento): uno spazio fisico e psichico in cui il bambino è protetto senza sapere di esserlo. Questa è, per Winnicott, la funzione materna principale.

Rispondendo prontamente ai bisogni del bambino, la madre genera in lui l’illusione che siano i suoi stessi desideri a creare l’oggetto desiderato. Questo stato psichico — tipico dei primi mesi di vita — è chiamato onnipotenza soggettiva: il bambino vive come se il mondo rispondesse magicamente a lui. Nei primi mesi, questa è una condizione sana e necessaria.

Questo ha implicazioni pratiche concrete: secondo queste teorie, rispondere prontamente al pianto del neonato è positivo, perché rafforza il senso di contenimento e onnipotenza soggettiva, gettando le basi per uno sviluppo emotivo sano.

Dall’omnipotenza soggettiva alla dipendenza

L’stato di onnipotenza soggettiva non è permanente: gradualmente la madre riprende la propria soggettività e allenta la preoccupazione materna primaria, diventando meno responsiva ai richiami del bambino. Questo introduce frustrazioni progressive che, in un contesto di sviluppo sano, sono adattive: il bambino scopre di non essere onnipotente e apprende che soddisfare i propri desideri implica rapportarsi con altri che hanno desideri propri. Nasce così la consapevolezza della dipendenza.

Esperienza transizionale

Ad un certo punto dello sviluppo, il bambino inizia a distinguere tra ciò che è soggettivamente percepito e ciò che appartiene al mondo esterno: comprende che non è lui a creare l’appagamento dei propri desideri. Questo passaggio è reso possibile dall’esperienza transizionale, ovvero uno spazio intermedio — simbolico ma reale — che collega e allo stesso tempo separa il mondo interno da quello esterno.

L’esempio più noto è la coperta di Linus: oggetti come questo (detti oggetti transizionali) rappresentano simbolicamente il legame con la madre, ma aiutano il bambino a separarsi da lei e a sviluppare una propria autonomia, mantenendo però un ponte tra fantasia e realtà.

A differenza dell’oggetto interno (puramente immaginario), l’oggetto transizionale è reale e concreto, ed è proprio questa caratteristica a renderlo uno strumento sano di crescita.

Lo sviluppo come integrazione di esperienze

Mentre per Freud le tappe evolutive si succedono in modo lineare — ogni stadio sostituisce quello precedente — per Winnicott le tre fasi dell’esperienza non si escludono, ma si integrano:

  • Onnipotenza soggettiva: fase iniziale, il bambino percepisce di creare la realtà con i propri desideri.
  • Esperienza transizionale: spazio intermedio tra mondo interno ed esterno.
  • Realtà oggettiva: riconoscimento del mondo esterno come indipendente da sé.

Nell’adulto sano, tutte e tre coesistono. Un adulto che vive prevalentemente nell’onnipotenza soggettiva è in uno stato patologico; ma anche un adulto troppo ancorato alla sola realtà oggettiva ha una vita psichica impoverita. L’esperienza transizionale, nell’adulto, si esprime nella creatività e nell’interesse per l’arte e la cultura.

La psicopatologia

La carenza materna cronica — e ancora una volta il termine chiave è “sistematica” — produce una scissione tra il Vero Sé e il Falso Sé. Quest’ultimo viene detto anche Sé compiacente, perché si forma quando il bambino è costretto troppo presto ad adattarsi al mondo esterno, prima che si sia consolidata una soggettività autentica.

Per sviluppare un Sé stabile e vissuto come reale, è necessario che nelle prime fasi sia l’ambiente materno ad adattarsi al bambino — alla sua unicità e alle sue caratteristiche — e non il contrario. In assenza di holding e preoccupazione materna primaria, il bambino si trova precocemente a dover fare i conti con la dipendenza dalla realtà esterna, senza aver avuto il tempo e lo spazio per costruire una personalità propria.