09 La teoria intersoggettiva e la concezione della mente nella psicoanalisi contemporanea

La teoria intersoggettiva e la concezione della mente nella psicoanalisi contemporanea

Dalle pulsioni alle relazioni

La teoria intersoggettiva si collega ad altre teorie già viste: la psicoanalisi interpersonale di Sullivan e il modello relazionale di Mitchell.

Le teorie psicoanalitiche relazionali si allontanano dal modello pulsionale classico. Per queste teorie, la mente serve soprattutto a creare e mantenere legami con gli altri.

Secondo la psicoanalisi classica, l'uomo deve interagire con l'ambiente per soddisfare le proprie pulsioni. Questo porta a volte a interiorizzare parti del mondo esterno.

  • Esempio: il Super-Io. È l'interiorizzazione delle regole e degli atteggiamenti dei genitori.

Ma per questo modello, alla base della mente ci sono soprattutto pulsioni fisiche, innate e predeterminate.

Le teorie relazionali danno una spiegazione diversa della mente.

  • Esistono differenze biologiche tra le persone.
  • Ma il significato di queste differenze cambia da persona a persona.
  • Questo significato dipende da come reagiscono le persone importanti per noi (i cosiddetti "altri significativi").

Biologia e relazioni si influenzano a vicenda in modo continuo. Per questo non si può separare la natura di una persona dall'ambiente in cui è cresciuta: sono legate insieme.

La nostra personalità nasce da tre elementi insieme:

  • i nostri aspetti biologici;
  • le relazioni con le persone importanti;
  • il legame tra il Sé e l'oggetto.

La teoria dell'intersoggettività

La teoria dell'intersoggettività, tra le più recenti e attuali, è stata proposta da Stolorow e Atwood.

È una teoria del campo, che pone al centro della comprensione della mente umana l'ampio sistema relazionale. I fenomeni psicologici, per questa teoria, non possono essere compresi separatamente dal contesto in cui si esprimono. Il concetto di intersoggettività si riferisce al campo psicologico che nasce dall'incontro di due soggetti diversi, che si interfacciano e si influenzano reciprocamente (per esempio bambino e caregiver, oppure paziente e analista).

Come già per Mitchell e per Sullivan, anche per la teoria intersoggettiva le prime relazioni con le figure significative sono determinanti nella formazione della personalità, ma è l'insieme delle relazioni vissute in tutto l'arco della vita a definirla: la personalità è quindi in continua evoluzione e riformulazione.

La teoria intersoggettiva ha come fonte la Psicologia del Sé di Kohut.

La salute mentale dipende dall'acquisizione di un Sé forte all'interno di relazioni strette e amorevoli, e i legami interpersonali sono fondamentali per costruire e mantenere un senso di identità.

Per la teoria intersoggettiva, il principio centrale che guida l'azione umana è il bisogno di mantenere l'organizzazione dell'esperienza socio-emotiva.

Fin dalla nascita l'individuo organizza la propria esperienza affettiva.

Per la teoria intersoggettiva non esistono contenuti o fasi psicologiche universali per lo sviluppo della personalità, a differenza per esempio del complesso edipico nella teoria di Freud: restano esperienze possibili, ma non universali, perché lo sviluppo psicologico dipende dal sistema regolazione affettiva tra bambino e caregiver, diverso da individuo a individuo.

Attraverso pattern ricorrenti di interazione, si stabiliscono principi organizzativi inconsci, che formano il cosiddetto inconscio preriflessivo.

L'inconscio preriflessivo è composto dalle esperienze di regolazione affettiva che il bambino vive, giorno dopo giorno, nell'interazione con il caregiver: esperienze che vengono validate e apprese, e che costituiscono le fondamenta della personalità.

Il sistema caregiver-bambino regola e organizza l'esperienza affettiva del bambino, ed è all'interno di questo sistema che si sviluppa la conoscenza di sé e degli altri. Quando la regolazione affettiva tra bambino e caregiver non è ben sintonizzata, alcune esperienze emotive non raggiungono la coscienza, perché vengono represse oppure perché non vengono mai formulate.

L'inconscio dinamico

Può succedere che il genitore rifiuti attivamente un comportamento del bambino: per mantenere il legame indispensabile con i genitori, il bambino si difende reprimendo questi affetti e impedendo loro l'accesso alla coscienza. Questo è l'inconscio dinamico, che coincide con l'inconscio descritto da Freud.

È importante sottolineare che gli stati affettivi rimossi sono determinati dalla reazione specifica del genitore.

L'inconscio non convalidato

Esiste anche un terzo caso: certi comportamenti del bambino non ricevono alcuna risposta dal genitore, non vengono quindi rinforzati né appresi, e restano inconsci non perché repressi ma perché non sono mai stati formulati. Questi aspetti formano l'inconscio non convalidato.

La teoria intersoggettiva propone quindi una visione tripartita dell'inconscio:

  • l'inconscio preriflessivo: le esperienze affettive validate, che costituiscono la base della personalità.
  • l'inconscio dinamico: le esperienze rifiutate attivamente e represse, in conflitto con le difese.
  • l'inconscio non convalidato: le esperienze non represse ma nemmeno rafforzate, quindi mai apprese.

Psicopatologia

Gli aspetti dell'esperienza affettiva rifiutati o non convalidati dai genitori, o che minacciano il legame con loro, restano repressi e non formulati. Per questa teoria è proprio questa limitazione del campo esperienziale a essere alla base della psicopatologia.

Questo principio ha ricevuto anche delle critiche. Lo psicoanalista contemporaneo Eagle, di tradizione legata alla Psicologia dell'Io, sostiene che alcuni comportamenti è giusto limitarli, perché una buona educazione richiede anche dei limiti, e questo assicura una crescita sana.

La teoria intersoggettiva, invece, non distingue tra limitazioni utili e dannose: per questa teoria, meno vengono limitate le esperienze emozionali, migliore sarà la salute mentale raggiunta dall'individuo.

La psicoanalisi contemporanea

Approfondiamo ora alcuni concetti che definiscono i principi fondamentali delle teorie della psicoanalisi contemporanea che più si sono allontanate dalla psicoanalisi classica di Freud.

Per la psicoanalisi contemporanea, invece, la funzione principale della mente è formare e preservare i legami con gli altri.

Critiche all'inconscio dinamico freudiano

Quasi tutta la psicoanalisi contemporanea rifiuta l'idea di Freud sull'inconscio.

Per Freud, l'inconscio era come un contenitore. Dentro c'erano contenuti psichici già completamente formati.

  • Un desiderio inconscio rimosso restava sempre uguale nel tempo.
  • Se tornava alla coscienza, riappariva esattamente come era stato "conservato".
  • Bastava solo percepirlo per farlo diventare consapevole.

Questa idea è stata rifiutata da gran parte della psicoanalisi contemporanea. Anche la psicologia cognitiva l'ha criticata.

Donnel Stern propone un'idea diversa: l'inconscio è esperienza non formulata.

  • È un'esperienza grezza, ancora senza parole.
  • Viene prima di qualsiasi rappresentazione mentale.

Per Stern, un contenuto è inconscio semplicemente perché non è ancora stato messo in parole. Per renderlo consapevole, bisogna formularlo. Il primo strumento per farlo è il linguaggio.

Rendere conscio l'inconscio

Per Freud, rendere conscio l'inconscio voleva dire scoprire un contenuto già esistente e ben definito.

Per Stern, l'esperienza inconscia non è come un ricordo già pronto, nascosto da qualche parte. È solo una sensazione vaga, senza ancora parole.

Quando lo psicoterapeuta e il paziente, insieme, cercano di dare un nome a questa sensazione, non stanno "scoprendo" qualcosa che già esisteva. Stanno creando quel significato in quel momento, insieme.

Per questo il risultato dipende da chi partecipa alla conversazione (analista e paziente) e da come si svolge. Se cambiano le persone o il contesto, l'esperienza che nasce può essere diversa.

Nella cura secondo Freud:

  • Il paziente usa le associazioni libere.
  • Riporta alla coscienza un ricordo rimosso, rimasto intatto.
  • L'analista aiuta solo questo processo.

Nella cura secondo Stern:

  • Il contenuto inconscio prende forma solo nel momento in cui viene messo in parole.
  • È influenzato dal contesto e dalla relazione in cui avviene.

Per Stern, non formulare un'esperienza è il modo principale con cui ci difendiamo. Se un contenuto sembra pericoloso, evitiamo di pensarci: lo lasciamo vago e indefinito.

Questa idea crea un problema: come può un'esperienza mai formulata provocare una difesa? Per difendersi da qualcosa, di solito serve già un significato definito.

Per Stern, non serve formulare del tutto un'esperienza per difendersi da essa. Basta riconoscere alcuni segnali familiari, percepiti come pericolosi.

Questi segnali si chiamano indizi fugaci. Bastano a mettere l'esperienza in una categoria già nota (per esempio: "qualcosa di familiare"). Questo fa scattare subito la difesa, senza bisogno di formulare tutto il contenuto psichico.

La rimozione come mancata associazione ideativa

Un'altra proposta viene da George Klein. Klein si è formato nella tradizione della Psicologia dell'Io, ma la sua idea riprende comunque il modello di Freud.

Per Klein, la rimozione serve soprattutto a impedire l'associazione ideativa. Questo significa che il contenuto psichico rimosso non viene collegato agli altri contenuti mentali.

Se un contenuto resta isolato, non collegato agli altri, non possiamo capirne il significato. Non riusciamo nemmeno a vederlo da un punto di vista più ampio.

Per Klein, quindi, il problema non è il contenuto in sé. Il contenuto può anche essere del tutto conscio. Ciò che manca, e che va ancora formulato, è il suo significato.

Per esempio: un amico riceve una proposta di lavoro interessante, a cui deve rispondere entro pochi giorni. Il giorno seguente si sveglia con una sensazione di vuoto allo stomaco, che sa descrivere con precisione, ma senza collegarla alla proposta di lavoro. In questo caso l'esperienza fisica è del tutto cosciente, ma il suo significato (il legame con lo stress per la decisione da prendere) non è consapevole, perché non è stato associato all'evento che l'ha provocato. Questo è esattamente ciò che Klein intende per inconscio come mancata associazione ideativa.

Inconscio rappresentazionale

Un'altra idea molto diffusa nella psicoanalisi contemporanea riguarda l'inconscio come insieme di rappresentazioni. Si trova per esempio nella teoria di Mitchell e nella teoria intersoggettiva.

Queste rappresentazioni riguardano tre elementi:

  • il Sé;
  • l'oggetto (l'altra persona);
  • l'interazione tra i due (per esempio le "configurazioni relazionali" di Mitchell).

In questo approccio, i contenuti inconsci sono credenze, aspettative e affetti. Li impariamo nelle prime esperienze con i genitori. Per questo si parla di inconscio rappresentazionale: un insieme di schemi relazionali, imparati soprattutto nella prima infanzia, che riproponiamo in tutte le relazioni successive.

Come per la scuola inglese delle relazioni oggettuali, non conta un singolo evento traumatico. Conta invece la ripetizione sistematica delle interazioni con i genitori. Queste interazioni ripetute diventano rappresentazioni generali: modelli che ci dicono cosa aspettarci dagli altri.

Un esempio è l'inconscio preriflessivo della teoria intersoggettiva.

Questi contenuti non sono inconsci perché rimossi, ma perché impliciti: non ne siamo consapevoli, ma li usiamo comunque. Daniel N. Stern ha chiamato questo fenomeno "conoscenza relazionale implicita" (Stern e collaboratori, 1998).

L'idea di inconscio rappresentazionale avvicina la psicoanalisi alla psicologia cognitiva. Anche questa disciplina parla di concetti simili:

  • memoria procedurale;
  • conoscenza procedurale;
  • schemi relazionali impliciti.

In entrambi i casi, usiamo schemi imparati nelle prime esperienze per capire chi siamo e chi sono gli altri.

La differenza principale è questa: la psicoanalisi contemporanea descrive questi schemi impliciti in modo molto relazionale e affettivo.

La psicopatologia nella psicoanalisi contemporanea

Le teorie contemporanee sono d'accordo su un punto: la psicopatologia nasce da un fallimento ambientale. Questo fallimento dipende da mancanze nelle cure dei genitori, per esempio:

  • scarsa sintonizzazione;
  • trascuratezza;
  • rifiuto;
  • abuso.

Quando le prime esperienze non sono positive, il bambino impara modi negativi di stare in relazione con gli altri. Questi schemi erano utili durante l'infanzia. Ma diventano un problema se restano rigidi anche da adulti, in contesti diversi. Questo riduce l'autonomia della persona e la sua capacità di costruire relazioni soddisfacenti.

La psicopatologia si riconosce anche per un forte attaccamento alle prime figure di riferimento (i genitori). Non si tratta solo di "apprendimenti sbagliati": sono apprendimenti carichi di affetto. Restiamo legati a questi schemi proprio perché nascono da legami emotivi importanti.

Per questo, cercare autonomia da queste figure può creare un forte senso di colpa. La persona lo vive come un tradimento verso i genitori.

Perché è così difficile separarsi da questi legami? Perché manca un elemento fondamentale: non è stato interiorizzato un ambiente di supporto. Un buon ambiente di supporto permette di stare da soli senza provare troppa angoscia (questa idea è vicina alla teoria di Winnicott).

Nelle relazioni sane, l'affetto c'è comunque. Ma porta comunque allo sviluppo dell'autonomia e a modi di relazionarsi più flessibili.

Nella psicopatologia, invece, i modelli relazionali restano rigidi e disfunzionali.

Il percorso che porta alla psicopatologia, in sintesi:

  1. Le prime interazioni tra bambino e caregiver sono fondamentali per costruire la personalità.
  2. Alla base della psicopatologia c'è un fallimento ambientale: l'ambiente non aiuta il passaggio dalla dipendenza all'autonomia.
  3. Il bambino impara rappresentazioni relazionali disadattive, che non favoriscono questo passaggio.
  4. Queste rappresentazioni sono cariche di affettività.
  5. Proprio per questo affetto, la persona resta molto legata a queste rappresentazioni e non riesce a costruire relazioni più sane.
  6. Le rappresentazioni disadattive entrano in conflitto con il bisogno di autonomia.
  7. Da questo conflitto nasce la psicopatologia.