13 La ricerca contemporanea sull'attaccamento

La ricerca contemporanea sull'attaccamento

La teoria dell'attaccamento sostiene che i comportamenti genitoriali attivano il sistema di attaccamento innato in modi diversi: alcuni comportamenti promuovono uno stile di attaccamento sicuro, altri facilitano l'instaurarsi di un attaccamento insicuro.

Lo stile di attaccamento diventa parte della personalità attraverso la formazione dei MOI (modelli operativi interni), schemi mentali di sé, dell'altro e della relazione tra i due, costruiti sulle prime esperienze con chi si prende cura di noi, che permettono di formulare aspettative sulle relazioni anche in età adulta.

Il modello di Bowlby include anche una componente clinica: già nel 1944 pubblicò uno studio su un gruppo di giovani ladri, ipotizzando che disturbi emotivi e comportamenti delinquenziali potessero dipendere da esperienze precoci di separazione dai genitori, capaci di alterare il sistema di attaccamento. Da qui nasce l'idea che lo stile di attaccamento sia anche un fattore di rischio (o di protezione) per lo sviluppo di disturbi mentali in età adulta: le esperienze precoci danno forma ai modelli operativi interni, che a loro volta si traducono in comportamenti concreti.

I Modelli Operativi Interni: esempi e conferme empiriche

I Modelli Operativi Interni (MOI) funzionano così: ci basiamo sulle nostre prime esperienze socio-affettive per definire come siamo noi in una relazione, come è l'altro e come è, in genere, la relazione tra noi e l'altro.

Questi schemi ci portano ad affrontare nuove relazioni con aspettative già predefinite: ci comportiamo automaticamente in un certo modo, ci aspettiamo che l'altro si comporti in un certo modo, e ci aspettiamo che la relazione vada in una certa direzione.

Gli script della base sicura

Nel primo anno di vita, in uno sviluppo sano, si formano nel bambino degli script mentali che permettono di categorizzare e prevedere le esperienze di attaccamento: per esempio, lo script "se mi faccio male, vado dalla mamma e ricevo conforto" è un tipico script della base sicura, e questi script sono alla base dei MOI.

Altro esempio: il bambino cade e si fa male al parco, piange, la madre lo prende in braccio e lo consola, il bambino si lascia consolare e torna a giocare tranquillo.

Per verificare empiricamente la presenza di questi script, alcuni studi hanno usato un metodo chiamato "prompt-word outline method". Ai partecipanti viene dato un titolo, per esempio "La mattina del bambino", e alcune liste di parole (per esempio: mamma, bambino, giocano, coperta, abbraccio, sorriso, storia, fare finta, orsetto, perso, trovato, riposino) da usare per costruire una storia. Le storie vengono registrate e valutate da giudici indipendenti.

Chi crea storie coerenti con lo script (per esempio l'orsetto perso viene ritrovato e il bambino si consola) viene classificato come dotato di MOI di base sicura; chi crea storie senza risoluzione (per esempio l'orsetto viene ritrovato ma il bambino non si consola) viene classificato come privo di questo script, o con uno script ridotto.

Lo studio dei MOI nella prima infanzia

Non esistono ancora studi definitivi su come e quando si formino esattamente i MOI, ma alcune evidenze empiriche possono contribuire a spiegarlo.

Uno studio di Hamlin, Wynn, Bloom e Mahajan (2011) ha osservato bambini di 8 mesi mentre guardavano delle vignette: i bambini mostravano apprezzamento, per esempio sorridendo, quando individui prosociali ricevevano comportamenti positivi, e anche quando individui antisociali venivano puniti. È un segno che, già prima della fine del primo anno di vita, i bambini sanno riconoscere le intenzioni emotive altrui: una capacità che potrebbe essere alla base della formazione dei MOI.

Un altro studio, di Xu e Kushnir (2013), mostra che anche i neonati apprendono secondo un pensiero probabilistico: valutano cioè la probabilità che, per esempio, la madre intervenga in loro soccorso quando si fanno male. Su questa base costruiscono i propri script e i propri MOI: più alta è la probabilità stimata, più si consolida uno script di base sicura.

Attaccamento e regolazione psicofisiologica dello stress

A livello fisiologico, le nostre risposte allo stress sono regolate dall'asse ipotalamo-ipofisi-surrene che regola la secrezione di cortisolo da parte della ghiandola surrenale ed è presente fin dalla nascita.

Un numero crescente di studi mostra che la qualità delle cure genitoriali ricevute nella prima infanzia influisce sul funzionamento di questo sistema, determinando le differenze individuali nella capacità di modulare la risposta allo stress.

Se i primi studi sulla Strange Situation valutavano solo i comportamenti osservabili (il pianto, l'aggrapparsi, il gioco), studi più recenti hanno aggiunto la misura della reazione fisiologica.

Nei bambini classificati con attaccamento insicuro si osservano livelli più alti di cortisolo in risposta a nuovi stimoli, segno di una risposta allo stress più intensa e più difficile da regolare. Un attaccamento sicuro è quindi associato a una regolazione dello stress più efficace.

Mary Main e la trasmissione intergenerazionale dell'attaccamento

Le differenze individuali nello stile di attaccamento sono state a lungo spiegate solo con la sensibilità emotiva materna, cioè la capacità della madre di riconoscere e rispondere ai segnali del bambino. Il lavoro di Mary Main ha aggiunto un altro fattore fondamentale: la trasmissione intergenerazionale dello stile di attaccamento (l'idea che lo stile di attaccamento di un genitore tenda a ripetersi in quello del proprio figlio).

Main spiega queste differenze attraverso una procedura da lei stessa proposta, l'Attachment Adult Interview (George, Kaplan, Main, 1985), un'intervista semi-strutturata rivolta agli adulti sulla propria prima infanzia. Si parte da informazioni oggettive (per esempio la composizione del nucleo familiare) fino a domande più soggettive: definire con 5 aggettivi la relazione con ciascun genitore, ricordare episodi di rabbia, malattia o separazione, riflettere su come queste esperienze abbiano influenzato la propria personalità attuale.

La valutazione delle risposte si basa non tanto sui contenuti, quanto sul livello di coerenza del racconto. Gli adulti vengono classificati in:

  • autonomi o sicuri: risposte coerenti, che trattano gli argomenti rilevanti in modo chiaro e sufficientemente sintetico
  • insicuri o evitanti: risposte incoerenti, in cui i genitori sono descritti in termini molto positivi ma gli episodi raccontati non corrispondono a questa descrizione
  • insicuri o preoccupati: risposte prolisse, confuse, prive di sintesi;
  • disorganizzati: categoria aggiunta da Main, caratterizzata da risposte che rivelano importanti esperienze traumatiche precoci (categoria poi ripresa anche nell'interpretazione della Strange Situation).

Confrontando lo stile di attaccamento dei genitori (misurato con l'AAI) con quello dei rispettivi bambini (misurato con la Strange Situation), Main e collaboratori trovarono una forte corrispondenza tra i due, coerentemente con la trasmissione intergenerazionale dello stile di attaccamaneto

Come avviene la trasmissione intergenerazionale? Sono state proposte tre spiegazioni:

  1. una spiegazione genetica, che finora non ha portato contributi rilevanti;
  2. i fattori cognitivi, in particolare la "cognizione materna": quanto una madre riesce ad assumere sia la propria prospettiva sia quella del bambino. Una madre che interpreta correttamente il pianto del figlio è più sensibile, e trasmette più facilmente uno stile sicuro;
  3. i fattori emozionali: uno stile sicuro è legato alla capacità di provare e mostrare emozioni sia positive sia negative, a un atteggiamento aperto verso la richiesta di aiuto, e alla capacità di regolare le proprie emozioni in modo appropriato.

La funzione riflessiva (mentalizzazione) secondo Peter Fonagy

Peter Fonagy, collaboratore di Mary Main, introduce il concetto di funzione riflessiva (o mentalizzazione): la capacità di comprendere il comportamento — proprio e altrui — in termini di stati mentali sottostanti, cioè pensieri, emozioni, credenze e intenzioni.

Questa capacità si sviluppa nel bambino grazie al modo in cui l'adulto si relaziona con lui. Se il genitore riesce a "leggere" correttamente gli stati mentali del bambino — a capire cosa sta provando e a restituirglielo in modo comprensibile, come uno specchio — il bambino impara gradualmente a riconoscersi come un individuo con pensieri, emozioni e credenze proprie. Da questo riconoscimento di sé nasce, a sua volta, la capacità di riconoscere anche gli altri come persone autonome, dotate di una mente propria: la capacità di mentalizzare si trasmette così dal genitore al bambino.

La funzione riflessiva è quindi legata a un attaccamento sicuro, ed è uno dei fattori alla base della trasmissione intergenerazionale dello stile di attaccamento. Come per gli altri costrutti misurati con l'AAI, anche qui la valutazione non si basa sui contenuti del racconto, ma sul modo in cui la persona risponde (per esempio in modo autoriflessivo oppure evasivo).

La regolazione delle emozioni

Il modo in cui la madre modula le proprie emozioni davanti al pianto del bambino viene trasmesso al bambino stesso, come stile di regolazione delle emozioni. Se la madre resta irritata, ostile o stressata, cercando solo di ignorare il proprio disagio, questa modalità poco efficace viene appresa dal bambino. Se invece fa un respiro e pensa "è un bambino piccolo, è normale che pianga, ora sono un po' stanca ma si risolverà", riesce a ridurre l'intensità della propria emozione negativa: una modalità più efficace, che il bambino apprende a sua volta come proprio stile di regolazione.

L'attaccamento come strategia di comunicazione emotiva

Le categorie di attaccamento viste con l'AAI possono anche essere lette, in termini più moderni, come diversi modi di comunicare i propri stati emotivi. L'attaccamento, in questo senso, è soprattutto una strategia di comunicazione dei propri stati emotivi:

  • apertura alla comunicazione e alla condivisione delle proprie emozioni: tipica dell'attaccamento sicuro;
  • strategia difensiva nella condivisione delle proprie emozioni: tipica dell'attaccamento evitante insicuro;
  • preoccupazione eccessiva per le proprie emozioni: tipica dell'attaccamento preoccupato insicuro.

Attaccamento e psicopatologia del bambino

Secondo Bowlby, lo sviluppo psicofisiologico nell'infanzia e nell'adolescenza dipende dall'interazione tra le esperienze precoci di attaccamento e il contesto attuale: un attaccamento insicuro non è di per sé una psicopatologia, ma un fattore di rischio, mentre un attaccamento sicuro è un fattore di resilienza — deve sempre esserci qualcosa, nel contesto attuale, che spinge in una direzione o nell'altra. Gli studi su questo tema si sono concentrati soprattutto sulla relazione tra stili di attaccamento e sintomi internalizzanti (ansia, depressione) ed esternalizzanti (problemi di condotta, attenzione, iperattività) in campioni non clinici: un attaccamento evitante è risultato correlato sia ai sintomi internalizzanti sia a quelli esternalizzanti, mentre un attaccamento disorganizzato è correlato soprattutto a quelli esternalizzanti. Restano però ancora molte domande aperte su come il contesto attuale influenzi questo legame e su come esattamente un attaccamento sicuro funzioni da fattore protettivo.

L'attaccamento padre-bambino

Il ruolo del padre nei legami di attaccamento è stato studiato solo di recente, ma i risultati preliminari indicano che:

  • la relazione di attaccamento padre-bambino predice alcuni esiti di sviluppo;
  • in caso di discordanza tra gli stili di attaccamento dei due genitori, l'attaccamento al padre può funzionare da fattore protettivo (una madre insicura non compromette lo sviluppo se il bambino ha un attaccamento sicuro con il padre, e viceversa);
  • in caso di concordanza tra gli stili genitoriali, l'attaccamento al padre promuove esiti di sviluppo ancora più positivi;
  • il gioco sembra essere l'attività principale in cui si costruisce il legame di attaccamento padre-bambino, favorendo la regolazione emotiva;
  • il livello di stress dei genitori diminuisce, sia nella madre sia nel padre, quando quest'ultimo è coinvolto in modo paritario nella cura del bambino, con benefici anche per la relazione madre-bambino.

Maternità e carriera

Come visto nella lezione su Ainsworth e Bowlby, per molto tempo si è ritenuto importante che il bambino avesse un'unica figura di accudimento principale, in genere la madre: un'idea che ha pesato anche sul dibattito su come conciliare maternità e carriera. I risultati più recenti mostrano che non esiste, nei figli di madri lavoratrici, una particolare predisposizione a uno sviluppo psicofisiologico più complesso. Restano però aperte diverse domande su quali fattori socio-economici, familiari e lavorativi favoriscano meglio la combinazione tra maternità e carriera.